Mamme che lavorano: come cambia anche il ruolo del padre

Mamme che lavorano ruolo del padreL’interrogativo con cui ho intitolato il mio post precedente Mamme che lavorano: papà dove sei? invitava ad una riflessione sul cambiamento ancora solo all’inizio del ruolo del padre quando la mamma lavora.

Questo cambio di ruolo (e di identità) riguarda entrambi i genitori: le mamme che lavorano spesso non possono prendere come riferimento il modello di madre che hanno introiettato nella loro esperienza di figlie e sono chiamate più di un tempo a trasformare modalità, abitudini e identità .

Ciò vale altrettanto per i papà.

Il ruolo del padre è stato negli ultimi anni messo abbondantemente in crisi e in discussione, e fatica a trovare una nuova identità. Ancora oggi i papà sono spesso assenti e affogati in sfide e impegni professionali totalizzanti. Oppure si ritrovano sbilanciati sul versante materno perdendo la loro funzione di limite, terzietà e autorevolezza rispetto alla relazione tra la mamma e il bambino.

Codice psicologico paterno e codice materno

Oggi nelle famiglie c’è bisogno di un padre che continui ad essere portatore di un codice psicologico maschile e paterno (per usare l’espressione dello psicoanalista Franco Fornari), del rispetto delle regole, delle differenze, della separazione e della razionalità, in dialettica con il codice materno più orientato all’ascolto dei bisogni, all’accudimento, all’accoglienza e alla gestione delle emozioni. È altrettanto importante che il padre faccia proprie alcune qualità che fino ad oggi sono state attribuite e richieste solo dalle mamme, in special quando le mamme lavorano e l’accudimento e la cura dei figli deve essere delegata anche al padre.

In questo cambiamento, gli uomini si trovano più in difficoltà delle donne.

 

Perché è più difficile per i papà

Per le mamme che lavorano, la possibilità di bilanciare il ruolo materno con la cura e l’investimento professionale è una emancipazione e un arricchimento: significa spesso poter dare voce ad una pluralità di desideri, dar seguito a più di un progetto e realizzarsi su più versanti i quali, pur con fatica, restituiscono riconoscimento, soddisfazione, autostima e senso di riuscita.

Per i papà il ritirare parte dell’investimento emotivo e pratico dall’ambito professionale e sociale è spesso vissuto come limitazione, mortificazione o amputazione: per molti uomini il terreno di gioco in cui dimostrare agli altri il proprio valore, la propria forza e identità è il lavoro e l’ambito delle relazioni sociali. Per molti l’esigenza di occuparsi delle relazioni familiari e del supporto nella cura e nell’accudimento dei figli significa fare un passo indietro o in una direzione incerta, correndo il rischio di giudizi poco lusinghieri da parte dei pari dello stesso genere.

Segnali di una trasformazione in atto

Tuttavia ci sono da più parti segnali che la trasformazione è già in atto. Alcune ricerche, svolte soprattutto all’estero in particolare in Gran Bretagna, rilevano che sempre più spesso i padri preferiscono rinunciare a livelli di carriera e di sfida professionale elevate pur di avere meno pressioni al lavoro e poter stare di più con i propri figli.

Ci sono inoltre una serie di leggi, soprattutto nei paesi nord europei, primo tra tutti la Svezia, che a differenza che in Italia regolano il congedo parentale in modo da favorire un ruolo di padre maggiormente attivo e presente nel primo anno di sviluppo del bimbo.

Sono segnali da prendere con cautela e che probabilmente evidenziano una velocità del cambiamento di superficie che deve fare i conti con un cambiamento antropologico molto più profondo e lento*.

Sia come sia, alcuni assunti culturali solidificatisi in regole e ruoli non scritti, e depositati nell’inconscio collettivo, si stanno lentamente trasformando. E con loro le sensibilità, gli atteggiamenti e i comportamenti richiesti ai papà. Estote parati!

 

* Si veda a questo proposito la riflessione proposta dallo psicoanalista Luigi Zoja nel suo libro Il gesto di Ettore, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

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